Le parole che non vi ho detto

Le parole che non vi ho detto

Mi manca quella porta, ammaccata dalla rabbia per una sconfitta ingiusta; il primo appendino sulla prima panchina, il mio, quello più vicino alla porta, per fare meno strada; le panchine sempre uguali in tutti e 25 i miei anni di permanenza lì dentro.
Mi manca l’aria che si respirava lì dentro, e non sto parlando di quel insalubre olezzo che ogni tanto bruciava le narici, ma della fratellanza che ho trovato dentro quello spogliatoio: la sofferenza del gruppo, gli insulti a se stessi ai compagni e agli avversari e un minuto dopo le risate, le doccia infinite, gli scherzi e il saper stare insieme senza poterlo e volerlo spiegare più di tanto.
Mi manca l’armadietto lì fuori, chiuso e blindato come il caveau di una banca, come se contenesse un tesoro, mentre invece conteneva soltanto un pallone, quello per le partite. Già un pallone, perché in fondo è di questo che parliamo, di quella maledetta palla tagliata a spicchi che rimbalzava e volava nervosa in ogni parte del campo. Quella stessa palla che sapeva dividerci dagli avversari e legare invece indissolubilmente i nostri destini. La sintesi perfetta di tutte le parole mai dette, il motivo unico per cui, dentro quel rettangolo maledetto, eravamo una grande famiglia, grande non per numero ma per sentimento, perché se uno suda, cade, ringhia, salta e da fondo ad ogni singola energia per te che sei solo un compagno di squadra, beh, il sentimento che c’è dietro non può che essere enorme.
Sono stati anni bellissimi con voi dentro quel rettangolo, sono stati anni di grande orgoglio per aver condiviso un’infinità di battaglie sportive, ma anche battaglie di vita, quello stesso orgoglio che mi fa essere fiero di essere entrato bambino e di essere uscito uomo, capitano, forgiato nello spirito da uomini valorosi che ho ammirato singolarmente, ve lo assicuro, che ho apprezzato per la capacità di soffrire e di essere squadra di essere singoli al servizio del gruppo.
Le immagini si susseguono, un palleggio, un blocco, quel lampo di un passaggio quasi senza guardare che sapevo di poter fare e che voi sapevate di poter ricevere: la spiegazione perfetta del concerto di sintonia.
Di voi sapevo tutto dentro quel rettangolo, il palleggio che avreste fatto, il passaggio che non avreste visto e quello che vi sareste aspettati. Di ognuno conoscevo la meccanica del tiro, il movimento di ricezione e dove avreste voluto ricevere la palla, ma non perché fossi un dannato psicopatico alienato dai dettagli, semplicemente perché ad un certo punto non c’è più differenza tra il conoscere un compagno di squadra ed il conoscere se stessi, perché si diventa tutti un gigantesco ingranaggio chiamato squadra.
Poi chi se ne frega se oggi è lunedì e tutto questo non c’entra niente, l’importante è che il lunedì, un tempo, era il giorno del riscaldamento, quattro angoli, due contro uno, due contro due, due contro tre, tre contro tre, gradoni, specchio, partitella e tiri liberi. O almeno così ha detto per una vita il foglio con la grafia decisa di quel gran signore che abbia avuto l’onere di rispettare seduto in panchina.
Grazie per il tempo che mi avete dedicato, per i long island, chinotti, jetro tull, saporelli e slalom medie con cui abbiamo brindato alle vittorie e medicato le sconfitte, a parlare fino alle due o alle tre di notte allo stesso modo in un bar o sui gradini della palestra.
Dannata palestra che ci ha fatto incontrare, dannata palestra che ha cementato il nostro stare insieme, dannata palestra che ci ha spiegato la vita con la scusa di insegnarci uno sport. Benedetta palestra.
Grazie di tutto, grazie perché queste parole sono le vostre, sono le parole che non vi ho detto dopo l’ultima partita di otto anni fa, perché i sentimenti, ho imparato, non c’è bisogno di cercarli: sono lì, sempre, e a volte hanno solo bisogno di raggiungere il profondo per sgorgare spontanei e sinceri come ora.
Grazie per quella fantastica vita insieme.
È tutto.

Umilmente
Vostro capitano

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